Cover

A 10 anni da "La Mennulara",
un'autrice da un milione di copie

Autrice

Buon compleanno, Mennù

Dicembre 2001. Il dattiloscritto de La Mennulara era appena arrivato. C’era questo titolo a cui non potevo sottrarmi. Un titolo misterioso che si portava appresso, attraverso l’impronta dialettale, la solarità di quelle nasali doppie appoggiate alla prima vocale, e l’oscurità della u, poi la ruvidezza del suffisso, “-ara”, così duro, così pieno di fatica.
Guardavo quel titolo come portatore di una promessa.
Che puntualmente veniva mantenuta. Pagina dopo pagina, il romanzo si avviluppava in una spirale di accadimenti che lasciavano emergere un grande personaggio femminile di serva-padrona – occhi da Anna Magnani, languori sensuali da eroina della seduzione, sentori egiziani, gli “ardori inospiti” di Aida, e il sonar di danari, un’eredità. Era un sontuoso racconto, quello de La Mennulara, che avrebbe aperto le porte al mondo di storie opulente e severe di Simonetta Agnello Hornby.
Non ho mai smesso di sentire lo sguardo di Agnello Hornby al nostro primo incontro, in una assolata primavera romana. Attento e generoso. Entravo nel suo romanzo e cercavo di accertarne con lei architettura e forza. Fu una grande avventura, quell’investigare reciproco. Fra di noi, sola e potente, la sua Mennulara cominciava a parlare a quelli che di lì a poco sarebbero stati i suoi lettori. Molti, moltissimi. Nuovi a ogni nuova edizione. Nuovi e fedeli. Alberto Rollo
direttore letterario Feltrinelli

Autrice

Nata e cresciuta a Palermo, Simonetta Agnello Hornby ha sposato un inglese dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza nel 1967. Da allora ha vissuto all’estero, dapprima negli Usa e in Zambia e poi, dal 1970, a Londra.
Nel 1979 ha fondato Hornby and Levy, uno studio legale nel quartiere di immigrati di Brixton che ben presto si è specializzato nel diritto di famiglia e dei minori. Hornby and Levy è stato il primo studio d’Inghilterra a creare un settore riservato ai casi di violenza all’interno della famiglia.
La maggior parte dei clienti dello studio è caraibica o nera, e nel 1997 Hornby and Levy ha pubblicato in un libro, The Caribbean Children's Law Project, il risultato della ricerca sui diritti dei minori e sulle strutture per i minori condotta da quattro membri dello studio legale in Giamaica, Trinidad, Barbados e Guyana. È tuttora l’unico lavoro del genere al mondo.
Simonetta Agnello Hornby ha insegnato diritto dei minori all’Università di Leicester e per otto anni è stata presidente part time dello Special Educational Needs and Disability Tribunal.
Nel 2000 ha iniziato a scrivere romanzi e ha pubblicato con Feltrinelli La Mennulara (2002), La zia marchesa (2004), Boccamurata (2007), Vento scomposto (2009), La monaca (2010) e La cucina del buon gusto (con Maria Rosario Lazzati, 2012); ha pubblicato inoltre Camera oscura (Skira, 2010), Un filo d’olio (Sellerio, 2011)e La pecora di Pasqua (con Chiara Agnello; Slow Food, 2012). Tutti i suoi libri sono stati bestseller e sono stati tradotti in molte lingue.
Dal 2008 Simonetta Agnello Hornby, pur continuando a esercitare l’attività di avvocato, si dedica principalmente alla scrittura.

Cover2

Roccacolomba. Sicilia. 23 settembre 1963. È morta la Mennulara, al secolo Maria Rosalia Inzerillo, domestica della famiglia Alfallipe, del cui patrimonio è stata da sempre – e senza mai venir meno al ruolo subalterno – oculata amministratrice. Tutti ne parlano perché si favoleggia sulla ricchezza che avrebbe accumulato, forse favorita dalle relazioni con la mafia locale. Tutti ne parlano perché sanno e non sanno, perché c’è chi la odia e la maledice e chi la ricorda con gratitudine. Senza di lei Orazio Alfallipe, uomo sensuale e colto, avrebbe dissipato proprietà e rendite. Senza di lei Adriana Alfallipe, una volta morto il marito, sarebbe rimasta sola in un palazzo immenso. Senza di lei i figli di Orazio e Adriana, Lilla, Carmela e Gianni, sarebbero cresciuti senza un futuro.
Eppure i tre fratelli, tornati nel deserto palazzo di famiglia, credono di avere tutti dei buoni motivi per sentirsi illusi e beffati dalla donna, apparentemente rozza e ignorante, che ora ha lasciato loro uno strano testamento. Voci, testimonianze e memorie fanno emergere un affresco che è insieme uno straordinario ritratto di donna e un ebbro teatro mediterraneo di misteri e passioni, di deliri sensuali e colori dell’aria, di personaggi e di visioni memorabili. Un grande romanzo. Una grande storia siciliana.

La copertina è un pastello di Piero Guccione che l'artista siciliano ha generosamente concesso senza compenso alla casa editrice.

  1. I personaggi
  2. La Mennulara secondo i personaggi del libro
  3. Andrea Camilleri su La Mennulara
  4. Intervista audio del 2002
  5. La Mennulara all'estero
  6. Fans e altro da Youtube
  7. L'opera teatrale
  8. Lo spot audio del 2002
  9. Officina editoriale

cucinabuongusto “Di Tano si diceva che era ‘in giro’; ma ogni due settimane Gesuela riceveva da Parigi una lettera del fratello e una scatola con dentro una capretta di pasta reale, ognuna più bella di quella che l’aveva preceduta. E così lei sapeva che Tano la pensava e che anche lui era a Parigi. Fu allora che le venne l’idea di fare qualcosa di suo e chiese alle monache benedettine se volessero modellare quelle caprette nella pasta reale e venderle: lei avrebbe fornito loro le mandorle, lo zucchero e i pistacchi per il ripieno.”

cucinabuongusto Mamma spiegava a Chiara e a me come conservare i legumi in grandi sacchi – le minestre ci avrebbero nutrito tutto l’inverno –, e come e dove appendere i festoni di salsicce tra gli scaffali; ci insegnava a scegliere posti ben ventilati per stagionare i rozzi salami preparati in campagna, a controllare i grappoli di zibibbo appesi ai ganci per trasformarli in uva passa, a ritardare la maturazione di mele e cotogne avvolgendole nella carta di giornale e, al contrario, ad affrettare quella della frutta da consumare subito disponendola all’aria e al sole, su reti di metallo. Il legame tra terra, prodotto, pentola e piatto in tavola dava un senso alla vita e accendeva tutti i sensi. E mentre spiegava, mamma raccontava delle pietanze preferite dei parenti. “A nonna Maria le minestre piacevano bollenti,” diceva, e schiudeva il pugno pieno di fagioli facendoli precipitare di nuovo, a cascata, nel sacco; poi immergeva le mani nel sacchetto di lenticchie piccole e scure, “Zio Peppinello andava pazzo per le lenticchie di Pantelleria”; e arriminava le fave secche, “Papà da bambino, quando era malato, si era fissato con il macco, che gli piaceva assai, e sua madre glielo propinò per una settimana intera, pranzo e cena. Da allora papà non ne volle più sentire”.
Mamma ci rendeva consapevoli del potere muliebre che noi donne avremmo esercitato in famiglia e sui mariti: da noi dipendevano il loro benessere e il piacere della tavola.

filodolio.jpg “Da anni desideravo trascrivere le ricette dei dolci di nonna Maria, annotate da lei in un quadernetto con le pagine numerate e corredato di indice, un libro vero e proprio. Avevo in mente un lavoro a quattro mani con mia sorella Chiara; nonostante da quarant’anni viviamo in isole diverse, ogni estate ci ritroviamo a Mosè – la nostra campagna – e cuciniamo ancora come ci hanno insegnato mamma e zia Teresa. L’idea era quella di far rivivere la cultura della tavola di casa nostra attraverso le sue ricette, fotografie d’epoca e alcune pagine ‘narrative’ per le quali avrei attinto ai nostri ricordi e ai racconti di mamma.”
Le ricette qui raccolte sono quelle degli anni e delle villeggiature delle due sorelle. E dalle pagine del ricettario familiare, limate dall’uso e dagli aneddoti, riaffiora tutto un mondo perduto di personaggi, di atmosfere e di sensazioni, i molti fantasmi benevoli che affollavano i giorni assolati di due bambine, in una grande casa padronale di metà Novecento.
Tra i sapori e i profumi delle ricette di casa Agnello ci sono quelli, mai nostalgici ma sempre intensi e fragranti, del tempo trascorso a cui il talento della scrittrice dona il gusto dell’eterno presente della vita.

lamonaca “Agata sudava e le bruciavano gli occhi, come se vi fossero entrati i granelli di sabbia di un vento di scirocco che scendeva dalle lanterne sul soffitto e l’avvolgeva immobilizzandola. In quel momento e per la prima volta Agata percepì, come se fosse corporea, l’altera solitudine della clausura.”
Messina, 15 agosto 1839. In casa del maresciallo don Peppino Padellani di Opiri fervono i preparativi per la festa dell’Assunzione della Vergine. Agata – tredicenne figlia del maresciallo – è innamorata del ricco Giacomo Lepre, ma, benché ricambiata, è costretta a rinunciare al suo amore: la nobiltà della famiglia non basta a compensare il dissesto economico. Alla morte del maresciallo, la madre la porta con sé a Napoli e la forza a entrare in convento. Nel monastero benedettino di San Giorgio Stilita si intrecciano amori, odi, rancori, gelosie, passioni illecite e vendette. Eppure Agata, dopo lo scoramento iniziale, si appassiona allo studio e alla coltivazione delle erbe medicinali, impara a fare il pane e i dolci, e, confortata dalla rigida scansione della giornata monastica, legge i libri che il giovane capitano James Garson (incontrato sul piroscafo che l’ha condotta a Napoli) le manda con regolarità. Agata ha accettato la vita del chiostro, ma il desiderio di vivere nel mondo non l’ha abbandonata ed è incuriosita dalle sorti dei movimenti che aspirano all’Unità d’Italia. La contraddizione si fa sempre più netta, anche se i sentimenti verso Giacomo cominciano a sbiadire e cresce l’attrazione nei confronti di James, presenza costante – benché sottotraccia – nella sua vita. Quanto più si inasprisce il conflitto interiore, tanto più il futuro si colma di orizzonte e di speranza.
Sorella mediterranea delle eroine di Jane Austen, che infatti legge appassionatamente, l’Agata di Simonetta Agnello Hornby porta in sé una forza spirituale nuova, modernissima. Una forza, una determinazione – di giovane donna fedele a se stessa e ai propri sentimenti – da leggere a partire dal nostro tempo per arrivare al suo.

cameraoscura.jpg Sappiamo tutti che Lewis Carroll amava i bambini ed era un grande affabulatore. Di mestiere professore di matematica alla Christ Church di Oxford, talvolta portava le figlie del preside Liddell a fare dei picnic. La piccola Alice Liddell era la sua preferita e per lei scrisse Alice nel paese delle meraviglie.
Il libro, si sa, fu uno strepitoso successo e Lewis Carroll fu sempre più attorniato dalle sue piccole ammiratrici, che lui, un pioniere della fotografia, amava ritrarre in costumi esotici, in tableaux vivants e, dal 1867, anche nude.
Tutte le famiglie rimasero soddisfatte delle fotografie delle figlie ignude, fuorché una, che pose fine bruscamente alle sedute.
In questo nuovo straordinario racconto, Simonetta Agnello Hornby narra la storia di questa amicizia interrotta attraverso gli occhi della bambina ormai cresciuta e della sua compagna Alice.

vento scomposto I coniugi Pitt si sono appena trasferiti nella loro nuova casa nell’elegante quartiere di Kensington. Mike lavora nella City come merchant banker, Jenny è consulente di una prestigiosa catena di negozi; hanno due figlie, Amy e Lucy. Una famiglia borghese, benestante, “normale”. E tuttavia qualcosa comincia a non funzionare quando la maestra della piccola Lucy legge nei comportamenti della bambina turbamento e disagio. Sembrerebbe soltanto una seccatura, invece per Mike Pitt è l’inizio di un incubo. Per uscire dal labirinto di accuse che lo mettono con le spalle al muro si rivolge a Steve Booth, avvocato specializzato in diritto di famiglia abituato a confrontarsi con la clientela disagiata e multietnica di Brixton. Mentre Jenny continua a ripetere che “Lucy sta benissimo” e crede fermamente nell’innocenza del marito – cosa che esaspera il clima di sospetto e l’ostilità dei servizi sociali –, Steve Booth e il suo studio devono muoversi in una ragnatela di accuse che si infittisce di giorno in giorno, in un gioco sempre più paradossale di ambiguità e ossessioni.
Romanzo giudiziario e di costume, thriller sociale e familiare in cui innocenza e colpevolezza si dividono la scena fino all’ultima pagina, Vento scomposto sorprende i lettori di Simonetta Agnello Hornby per il teatro contemporaneo della vicenda, una Londra di interni alto-borghesi e appartamenti di periferia, di aule di tribunale, parchi, strade e mercati.

boccamurata Chi è stata la madre di Tito? Una poco di buono, come dicono certe voci cattive? O una signora di buona famiglia costretta a “sparire”, come ha sempre detto il padre Gaspare? Tito è alla guida di un pastificio, fonte non solo di ricchezza ma anche di conflitti, tensioni e invidie in seno a una famiglia allo sbando. È soltanto la sua autorità a tenerla insieme, a volerla unita, con il sostegno forte della mite presenza della vecchia zia Rachele: la zia ha vegliato su Tito e poi sui figli di lui e non ha perso la capacità di intuire anche quello che le si vorrebbe tener nascosto, ma nel suo sguardo cominciano ad affiorare a poco a poco ricordi confusi e brandelli di segreti custoditi tenacemente per più di mezzo secolo. A smuovere ulteriormente le acque torbide, insieme alla bellissima Irina, spregiudicata e intraprendente, arriva all’improvviso Dante, figlio di una ex compagna di collegio della zia. E c’è chi sospetta oscuri moventi. Quanto più la storia si apre a inattesi sviluppi nel presente, tanto più il passato viene folgorato da una nuova luce e il mistero che nascondeva si dischiude lentamente con la forza di una grande storia d’amore. Ancora una volta, sono al centro della scrittura di Simonetta Agnello Hornby la famiglia come covo di sentimenti innominabili, la lotta per la roba, la sensualità di uomini e donne. Sullo sfondo, modernissima e viva, una Sicilia che cambia, inesorabilmente.

ziamarchesa Seconda metà dell’Ottocento. La Montagnazza. Agrigento. Amalia vive con la nipote Pinuzza in una delle molte grotte scavate nella pietra. Le occupazioni quotidiane vanno di pari passo con i racconti di quando Amalia era la balia di Costanza in casa dei Safamita, una grande famiglia della ricca aristocrazia terriera. Il crollo del regno borbonico, la vendita dei beni ecclesiastici, il potere progressivamente assunto dalla mafia nelle campagne indeboliscono se non il prestigio almeno la forza dell’aristocrazia. È in questo contesto che si profila il difficile destino di Costanza Safamita, tanto amata e protetta dal padre, il barone Domenico, quanto rigettata e negletta dalla madre Caterina. Con la sua chioma rossa e il suo aspetto fisico quasi “di un’altra razza”, Costanza cresce fra le persone di servizio, divisa fra le occupazioni umili e l’esercizio della musica, fra l’orgoglio paterno del sangue e le prospettive alquanto limitate della vita in provincia. Quando il barone Domenico decide, a fronte delle delusioni infertegli dai figli maschi, che sarà lei l’unica vera erede del prestigio e delle sostanze di casa Safamita, Costanza è costretta ad affrontare la mondanità di Palermo, a trovare un marito, a modellarsi una nuova identità sociale. Si innamora del marchese Pietro Patella di Sabbiamena, tanto affascinante quanto spiantato e dissoluto, e riesce ad averlo, senza tuttavia sciogliere, come vorrebbe, i nodi che la vincolano a una sofferta, malvissuta sessualità. Simonetta Agnello Hornby costruisce, con il suo formidabile stile a più piani narrativi, la saga di una famiglia, un segmento della storia siciliana, il crollo di un mondo – quello aristocratico – guardato senza nostalgia, scandagliato impietosamente da entomologa sociale, non senza riservare al lettore il piacere di arrivare a inquietanti rivelazioni attraverso il progressivo sommarsi di tonalità di voci che variano dal racconto in prima persona di Amalia a quello del narratore-architetto.

ziamarchesa_audiolibro.jpg Sicilia, fine Ottocento. La saga di una famiglia aristocratica. Il ritratto, fra luce e ombra, di una donna destinata, controvoglia, a reggere le sorti, il prestigio, l’orgoglio di un ceto in rovina. I furori, le nequizie, gli amori, le crudeltà, gli spasimi, gli abusi di un mondo quasi arcaico e barbarico dietro la cortina di un ultimo dorato fulgore.
Letto da Isabella Ragonese.

la_mennulara_audiolibro.jpg Roccacolomba. Sicilia. 23 settembre 1963. È morta la Mennulara, al secolo Maria Rosalia Inzerillo. Chi è stata davvero? Una profittatrice? Una pedina della mafia locale? Una seduttrice? Una serva-padrona? Un grande ritratto di donna. Un grande successo editoriale. Il romanzo d’esordio di una grande scrittrice.
Letto da Licia Miorando.

Iscriviti alla newsletter di Simonetta Agnello Hornby

M F
Tutela della privacy/garanzia di riservatezza I dati qui inseriti vengono forniti in maniera facoltativa. L'editore garantisce la massima riservatezza sui medesimi e potrà, ai sensi della Legge 196/03, utilizzarli solo ai fini gestionali-commerciali interni e per l'invio di e-mail, cataloghi e di altro materiale gratuito; si impegna quindi a non fornirli a terzi e a provvedere alla loro cancellazione o modifica qualora l'interessato ne faccia richiesta.
Puoi cancellarti in qualsiasi momento a questo indirizzo.

"La Mennulara è un delizioso, raro esercizio del gusto e della intelligenza, un finissimo gioco a nascondere." Andrea Camilleri

"È raro che una famiglia di padroni, nobili per giunta, scriva e riscriva (per aggiungervi pathos e lacrime) un commosso e sconsolato necrologio per la morte di una cameriera." Enrico Deaglio

"Un romanzo corale, di solida ambientazione siciliana - una Sicilia rurale, ma dove mafia e grandi proprietari guardano con libidine alle speculazioni fondiarie." Francesco Erbani, "la Repubblica", 19 settembre 2002

"Sfidando la superstizione si può tranquillamente prevedere che di La Mennulara si parlerà molto quest'autunno: perché ha tutte le carte in regola per garbare ai critici e conquistare i lettori." Iaia Caputo, "Marie Claire", 1 ottobre 2002

"Un affresco corale di grande fascino narrativo dove le voci del popolo e delle classi alte interpretano una realtà ancora arcaica, intimamente legata alla terra e ai rapporti sociali che essa impone." Alessandro Bertante, "la Repubblica", 8 ottobre 2002

"Sembra di vedere quello stesso Sud intorbidito dalle ombre che la compianta Maria Teresa Di Lascia aveva purtroppo solo cominciato a narrare in Passaggio in ombra vale a dire il mondo tra menzogna e sortilegio così ben raffigurato da una grande scrittrice come Elsa Morante." Generoso Picone, "Il Mattino", 11 ottobre 2002

"Su La Mennulara aleggiano Verga e De Roberto, Tozzi e Cassola e gli echi di monumentali saghe familiari e gli ingredienti della narrativa di consumo che sfrutta gli intrecci più che i simboli." Giuseppe Amoroso, "Avvenire", 12 ottobre 2002

"Ci sono libri che hanno qualcosa di magico sin dalle prime pagine e La Mennulara dell'esordiente Simonetta Agnello Hornby è uno di questi." Alessandro Censi, "Il Tempo", 10 gennaio 2003

"Un divertimento maestoso" Aldo Busi

< indietro

Buon compleanno, Mennù

< indietro

< indietro
< indietro

Da Youtube, alcuni video su "La Mennulara" e altri interventi di e su Simonetta Agnello Hornby.

Lascia un commento su "La Mennulara" e se vuoi scrivi anche un pensiero per Simonetta

LA MENNULARA
I PERSONAGGI PER NUCLEI FAMIGLIARI,
PER PROFESSIONI E PER IDENTITÀ SOCIALI

"la Mennulara"
Maria Rosalia Inzerillo (chiamata "Mennù" dalla famiglia Alfallipe), figlia di Luigi e Nuruzza, †1963.

Famiglia Inzerillo
Luigi Inzerillo: minatore e bracciante, †1916.
Nuruzza Lo Corto in Inzerillo: sua moglie, cameriera di casa Minacapelli e poi lavandaia, † 1922.
Addoloratina Inzerillo in Mancuso: figlia di Luigi e Nuruzza, †1950.
Pino Mancuso: suo marito.
Gerlando Mancuso: figlio di Pino Mancuso e Addoloratina Inzerillo.
Luigi Mancuso: fratello di Gerlando.
Nuruzza Vinci in Salviato: cugina di Nuruzza Lo Corto in Inzerillo, ex cameriera di casa Minacapelli.
Vanni Salviato: suo marito, venditore ambulante di frutta e verdura.
Angelina Salviato: figlia di Vanni e Nuruzza, sartina di casa.

Famiglia Alfallipe
Giovanni Francesco ("Ciccio") Alfallipe: avvocato, amministratore dei principi di Brogli, † 1935.
Lilla Minacapelli in Alfallipe: sua moglie, †1947.
Orazio Alfallipe: figlio di Ciccio e Lilla, avvocato, †1958.
Vincenzo Alfallipe: fratello di Orazio, militare di carriera.
Adriana Mangiaracina in Alfallipe: moglie di Orazio, †1967.
Lilla Alfallipe in Bolla: figlia di Orazio e Adriana.
Gian Maria Bolla: marito di Lilla Alfallipe, chirurgo.
Gianni Alfallipe: figlio di Orazio e Adriana, insegnante universitario.
Anna Chiovaro: moglie di Gianni, insegnante universitaria.
Carmela Alfallipe in Leone: figlia di Orazio e Adriana.
Massimo Leone: marito di Carmela, ex commerciante ora impiegato nella ditta familiare rilevata dal cognato.
Margherita Mangiaracina in Fatta: cugina di Adriana Mangiaracina in Alfallipe.
Pietro Fatta: marito di Margherita, presidente dell’Unione degli Agricoltori della Provincia.
Rita Fatta: nipotina di Pietro e Margherita.
Rosalia Mangiaracina in Pecorilla: cugina lontana di Adriana Mangiaracina in Alfallipe, proprietaria della libreria Pecorilla.
Tanina Aruta: cugina lontana degli Alfallipe, titolare della Merceria Moderna.
Mariella Aruta: sorella di Tanina, titolare della Merceria Moderna.

Persone di servizio
Santa: cameriera di casa Alfallipe e della Mennulara.
Titina: nipote di Santa, cameriera di casa Fatta.
Lucia: nipote di don Paolino Annunziata, cameriera di casa Fatta.
Marianna: cameriera di casa Fatta.
Don Paolino Annunziata: ex autista di casa Alfallipe.
Donna Mimma Li Pira in Annunziata: moglie di don Paolino.
Don Vito Militello: portiere di Palazzo Ceffalia.
Donna Enza Li Pira in Militello: sorella di Mimma Li Pira, moglie di don Vito.
Zi’ Carmelina Li Pira: zia di donna Enza e donna Mimma, vive con i Militello.
Don Luigi Speciale: ex autista di casa Fatta, ora autista di macchine da noleggio.
Maricchia Pitarresi: ex cameriera di casa Alfallipe.
Don Luigi Vicari: contadino del feudo Cannelli del principe di Brogli.
Zi’ Maria Vicari: sua moglie.

Abitanti di Roccacolomba

Dottor Domenico ("Mimmo") Mendicò: medico di famiglia.
Concetta Mendicò, vedova Di Prima: sorella del dottore.
Menico Bommarito: un buon marito non solo di nome, geometra.
Mimì Bommarito: sua moglie, insegnante.
Gaspare Risico: impiegato alle Poste, militante comunista.
Elvira Risico: sua moglie, commessa della libreria Pecorilla.
Girolamo Meli: ragusano, direttore delle Poste di Roccacolomba.
Angelo Vazzano: notaio di fiducia della famiglia Alfallipe.
Padre Arena: ex parroco dell’Addolorata.
Angelo Masculo: figlioccio dell’avvocato Ciccio Alfallipe, agronomo.
Maria Masculo: sua moglie.
Maria Ceffalia vedova Lodato: detta "la baronessa Ceffalia".
Giovanna Lodato in Persico: sua figlia.
Luigi Persico: marito di Giovanna.
Maria José Lodato in Sillitto: sua figlia.
Ingegner Salvatore Sillitto: marito di Maria José.
Giovanni Parrino: notaio.
Rita Parrino vedova Scotti: sua figlia.
Pietro Sannasarda: mediatore.
Avvocato Ettore Manzello: amico di Orazio Alfallipe.
Ingegner Pomice: politico emergente.
Zu’ Peppino Coniglio: socio del Circolo della Conversazione.
Don Giovannino Pinzimonio: stimatore di prodotti agricoli, socio del Circolo della Conversazione.
Mario Lo Garbo: socio del Circolo della Conversazione.
Gaspare Ponte: socio del Circolo della Conversazione.

Altri
Don Vincenzo Ancona: capomafia del principe di Brogli.
Dottor Palmeri: archeologo al Museo regionale archeologico.
Dottor Stutz: funzionario di banca di Zurigo.

LA MENNULARA
DICONO DI LEI


Massimo Leone:
"Quella di male azioni tante ne aveva fatte che si meritava di morire ammazzata. Magari io stesso l’avrei fatto, con le mie mani, e invece alla fine non ce ne fu bisogno, il suo proprio veleno le risaliva dalle budella e la affogò".

Vanni Salviato:
"Ricordati che nessuno dei miei figli e dei miei nipoti deve dimenticare che questa mala parente di tua madre fu serva e puttana dell’avvocato Alfallipe".

Carmela Alfallipe in Leone:
"Vero è che non si parla male dei morti, ma era difficile di carattere e c’è voluta la pazienza degli angeli per sopportarla...".

Le vicine:
"Buona era, mi creda".

Don Vito Militello:
"È morta mangiata dalla sua ambizione e avidità, femmina rozza e scortese era. Si era estraniata dalla gente sua pari – che poi pari di noi non lo era per niente, figlia di un bracciante era nata – e si era presa tutte le arie degli Alfallipe, come una di loro si sentiva, ma non lo fu mai, e manco poteva esserlo. I figli dell’avvocato non la potevano sopportare e sola come un cane è morta, neanche i nipoti si sono fatti vedere".

Donna Enza Li Pira in Militello:
"Non è così. E poi non si parla male dei morti che non sono stati neanche seppelliti. Lavorava assai per loro e la signora Alfallipe le era affezionata, tanto che andò a infilarsi a casa sua, dopo la morte dell’avvocato, chi glielo avrebbe fatto fare altrimenti! La Mennulara non le fece mai fare nessun lavoro e la servì fino all’ultimo".

Adriana Mangiaracina in Alfallipe:
"Lo sapevo che Mennù avrebbe pensato a me, mi voleva bene".

Il geometra Bommarito:
"Bella non era mai stata e di piaceri carnali non aveva mai goduto".

Don Paolino Annunziata:
"A me mi rispettava sempre, anche se lo so che c’era lei dietro le trattative per la mia buonuscita, e una parola per farmi avere anche una pensioncina non la disse mai, pace all’anima sua. Fu difficile per lei e per noi, persone di casa Alfallipe, adattarci ad avere lei a comandare in casa e in campagna; era una situazione così nuova e diversa!".

Donna Mimma Li Pira in Annunziata:
"Io sono all’antica e uno deve lasciare le cose come sono sempre state, queste novità portano male. Che una femmina se ne vada sola in campagna, e inoltre che dia ordini alla gente che come lei è dipendente dagli stessi padroni, come se la roba appartenesse a lei, e ci resta a passare la notte sola, è da pazzi e la Mennulara ci ha perso la reputazione e ha fatto scandalo. Viva o morta che sia, è stata una vera svergognata, ecco quello che era la Mennulara".

Padre Arena:
"Lavorò per tutta la vita come una bestia. Sconosceva il riposo, creatura inquieta nel corpo e nell’anima, cercava sempre di fare di più e meglio. Di carattere era difficile e scontrosa, rideva raramente ma aveva un senso dell’umorismo tutto suo. Dedicò la vita agli Alfallipe e fece per loro quel che considerava giusto. Aveva pochi amici, anche se ora vedo tanta gente qui, forse ne aveva più di quanti pensassi. Aveva anche nemici: non perdonava facilmente ed era testarda come nessun altro. Queste pecche Iddio gliele perdonerà, perché soffrì moltissimo sin da bambina, quando raccoglieva mandorle nelle campagne".

Pietro Sannasarda:
"Roba degli Alfallipe aveva per le mani quella ‘criata’, pur buonanima che sia, e tutta a loro non dev’essere andata, altrimenti spiegatemi come questa Mennulara avrebbe potuto permettersi di possedere un appartamento e di ospitarvi gratis la padrona. Figlia di puvirazzi era, viveva dello stipendio di cameriera, e lo sappiamo che gli Alfallipe mai furono generosi con gli impiegati".

Don Giovannino Pinzimonio:
"Cantava con voce seducente: quando le ragazze rispondevano alle stornellate dei picciotti, lei ci metteva tutto il sentimento e la passione di giovanetta. Coi picciotti scherzava, non era intimidita dagli uomini. Aveva appreso il linguaggio forte e volgare dei maschi, che usava come una belva se qualcuno dei suoi pari le faceva torto o se credeva di essere vittima di un sopruso. Sapeva come comportarsi con i superiori e quando il soprastante o la guardiana erano ingiusti con lei, taceva, torva in viso.
"Sin da piccola aveva avuto un forte senso della propria dignità, incompatibile con la sua posizione sociale ed economica: guardava dritto negli occhi, poneva domande senza malizia o sfacciataggine e si aspettava una risposta, che, infatti, riceveva. A scuola non andava: conosceva il suo dovere, che era mantenere la famiglia".

Pietro Fatta:
"Rimasta orfana, manteneva la sorella maggiore, malata, col suo stipendio di cameriera. Era entrata a servizio a casa Alfallipe da ragazzina, e la signora Lilla buonanima l’aveva presa in simpatia, e la proteggeva: le fece dare lezioni cosicché la Inzerillo imparò a leggere, ma non a scrivere. Era intelligente e volenterosa, e aiutava molto e bene la padrona, anche nella gestione del patrimonio. Dopo la sua morte divenne in pratica l’amministratrice della famiglia, compito che assolveva con successo. Aiutava anche Orazio Alfallipe, mio carissimo amico, nella sua attività di collezionista; Orazio era un eclettico pieno di interessi, tra cui, per un periodo, le antichità che acquistava dai tombaroli. Non condividevo la sua condotta, ma non sono qui per passare giudizio. Orbene, la Mennulara quindi assisteva il mio amico nell’acquisto di reperti rubati, per quanto io ne sappia, da riberesi che si fingevano venditori di ortaggi. Forse è così che è entrata in contatto con i mafiosi che controllano questo mercato".

Orazio Alfallipe:
"Mi cresceva in petto un senso di meraviglia che mi annientava: non avevo mai pensato che avesse un’anima".
Camilleri presenta La Mennulara
Libreria Feltrinelli, via del Babuino, Roma, 20 ottobre 2002

Andrea Camilleri:
Da tanti, troppi anni, in Italia, recensori e critici proclamano su quotidiani e gazzette la morte del romanzo e della poesia. È un lamento che ormai ha raggiunto cadenze semestrali. È di questi giorni la notizia che uno studioso è riuscito a stabilire con esattezza l’anno della morte della poesia in Italia: il 1971, se ci tenete a saperlo. E per quanto riguarda il romanzo, sul maggiore quotidiano italiano, un critico-poeta ha recentemente fatto un cospicuo elenco di scrittori scomparsi per dimostrare come narratori di quella razza adesso non se ne fabbricano più. Il bello, in quell’articolo, era che vi erano compresi nomi di autori che, in vita o post mortem, erano stati stroncati dallo stesso poeta-critico. E a niente vale che Ammaniti, Baricco, Cerami, Consolo, Fois, Lucarelli, Maraini, Pariani, Pontiggia, Ravera, Remondino, Rosso, Tabucchi, per citare, in rigoroso ordine alfabetico, i primi nomi che mi passano per la testa, continuino a pubblicare romanzi.
Per ognuno di loro si potrebbe parafrasare: "il poveruom, che non se n’era accorto/ andava romanzando ed era morto".
Sicché, a forza di annunzi funebri, quando vieni invitato alla presentazione di un nuovo romanzo non sai se stai partecipando a un battesimo oppure a una veglia funebre. Con buona pace delle prefiche, dico che qui non c’è dubbio che stiamo partecipando a un doppio battesimo, di un romanzo e della sua autrice. Simonetta Agnello Hornby, siciliana di nascita, da trent’anni esercita la professione d’avvocato a Londra e tiene a sottolineare come questo suo romanzo sia il frutto quasi casuale del ritardo di un aereo.
Il romanzo, dice, l’ho visto formarsi e scorrere come un film in quelle ore d’attesa. Dopo, non mi restava che trascriverlo. Allora, la domanda che sorge spontanea è: se le British Airways fossero state più puntuali, questo romanzo non sarebbe mai stato scritto? Permettetemi di dubitarne.
All’autrice forse mancava una qualsiasi pezza giustificativa per se stessa di un parto che in qualche modo riteneva tardivo e azzardato. Ha colto al volo (è proprio il caso di dirlo) il primo pretesto. Perché questo romanzo evidentemente ubbidisce a una tale forza, a una tale urgenza, a una tale necessità di racconto da far pensare che sarebbe comunque venuto fuori. E dimostra, il romanzo, una così inconsueta, per un esordiente, solidità narrativa da far facilmente supporre che non resterà a lungo unico e solo.
Bellissimo titolo, La Mennulara vale a dire la raccoglitrice di mennuli, mandorle. Il lavoro delle mennulare era duro. Una mezza dozzina di donne di tutte le età, anche adolescenti, disposte a semicerchio sotto a ogni albero a spezzarsi la schiena stando calate a raccogliere le mandorle, che venivano fatte cadere dai rami con magistrali colpi di canna, e a metterle dentro a una coffa di saggina. Stavano chinate così tutto il giorno, dall’alba al tramonto, sotto un sole che spaccava le pietre, con solo un’ora d’intervallo per un misero pasto all’ombra degli alberi. Me le ricordo tutte magre, cotte di pelle, arse; solo di prima mattina scattanti, vocianti, rissose, di lingua salace, spesso viperina, perché poi lentamente la fatica le rendeva mute. E alla fine della giornata, con i pugni premuti con forza dietro la schiena, stentavano a riprendere la posizione eretta, tutte avevano sulla faccia una smorfia di dolore. Dato che non sono qui per recensire il libro, non ho il dovere di raccontare il fatto, la trama. Dirò solo che nel primo capitolo, datato 23 settembre 1963, e intitolato "Il dottor Mendicò assiste alla morte di una paziente", la paziente è appunto la protagonista, la cinquantacinquenne Maria Rosalia Inzerillo, meglio nota come "la Mennulara", prima ex mennulara, appunto, poi serva a quindici anni in casa Alfallipe, poi occulta amministratrice del patrimonio sempre più in rovina della famiglia, poi ancora nume tutelare dell’ex padrona Adriana che addirittura accoglie in casa sua, sempre rispettandola e servendola.
Quindi il romanzo, con consumata abilità, si svolge contemporaneamente su due piani temporali. Il primo è quello presente, dove vengono narrati i fatti, assolutamente singolari, che accadono dopo la morte della Mennulara: il secondo è quello passato, cioè il tentativo di ricostruzione della vera vita della Mennulara, chiamata familiarmente Mennù dagli Alfallipe. Perché gli interrogativi su di lei sono molti. Per esempio: dove prendeva i soldi per dare un futuro ai figli della signora Adriana? Quali sono stati i suoi veri rapporti con Orazio Alfallipe, marito di Adriana e suo padrone? E poi: che tipo di donna era? Arrogante e scostante, come la ricordano alcuni, oppure pronta e aperta alle necessità di chi si rivolgeva a lei, come sostengono altri? E perché un temuto capomafia la cui sola presenza fa letteralmente pisciare addosso uno dei personaggi, si reca al suo funerale? È chiaro che la Mennulara nasconde un segreto e questo segreto tutto il paese di Roccacolomba, dai borghesi benestanti ai portinai, è intrigato a scoprire.
Un romanzo anche corale, dunque. Ma va detto subito a scanso d’equivoco che i componenti del coro non solo solo voci anonime come spesso avviene, ma personaggi disegnati a tutto tondo, ognuno dei quali apporta un pezzetto di verità, della sua verità. Dirò ancora, a proposito della trama, che l’ultimo capitolo è datato 23 ottobre 1963. Vale a dire la vicenda del romanzo ha una durata, riferendoci al tempo presente del racconto, di appena un mese. Inizia con una morte, si conclude col trigesimo di quella morte. In questi ultimi giorni, m’è capitato di leggere qualche recensione del romanzo e tutte mi sembrano finire coll’assomigliare, nel loro affannoso tentativo di definirlo, di circoscriverlo, di palettarlo in qualche modo, alla situazione degli abitanti di Roccacolomba che cercano l’identità della Mennulara. Qualcuno ha scritto che si tratta di un "godibile romanzo popolare". Davvero? Popolare come Mastriani o come Liala? I più inclinano a considerarlo un romanzo di "fedele struttura ottocentesca".
Domenico Cacopardo, nella sua recensione, scrive che "siamo di fronte a un romanzo visitazionista, che riprende e recupera una poetica desueta, ormai estraniata dalla letteratura isolana". Che viene a significare tutto questo? Che si tratta di un romanzo come un romanzo che non cerca strade nuove ma che strettamente si attiene a ottocentesche regole del narrare? Mi sento perfettamente in consonanza con lo spirito che alimenta il nostro parlamento e il nostro governo se avanzo un legittimo sospetto. A prova di questo sospetto, permettetemi una citazione, poche righe dal sesto sottocapitolo intitolato "Il pranzo di mezzogiorno a casa Fatta" che mi sono parse illuminanti. A proposito, non sarebbe disdicevole intitolare, in un romanzo di stretta osservanza ottocentesca, un sottocapitolo semplicemente "La famiglia Masculo si mangia la pasta scotta" e un altro "Il pomeriggio del giorno della morte la famiglia Alfallipe prende delle decisioni fatidiche e i fratelli Alfallipe passano la notte ognuno per i fatti propri anziché fare la veglia?" Non sentono che qualcosa non quadra? Ma sull’uso di questi titoli avrò modo di tornare.
Ecco la citazione.

Palazzo Fatta era costruito nella parte più alta di Roccacolomba, a fianco del monastero dell’Addolorata e rispettosamente vicino all’imponente palazzo dei principi di Brogli, ora disabitato. Ne rimanevano intatte e maestose le mura esterne, la grandiosa facciata barocca dai balconi panciuti, le persiane perennemente accostate e il grande portone di ferro.
L’interno era nascosto agli sguardi dei paesani ma non a quelli dei Fatta, dalla cui terrazza si scorgevano i cortili rigogliosi di piante e arbusti selvatici, le finestre delle corti interne squassate dal vento, le aiuole semidistrutte, in uno stato d’abbandono che lasciava presagire la prossima e accelerata metamorfosi del magnifico palazzo in rudere.

Mi pare di capire che ci sono due tipi di turisti che si recano a Roccacolomba. Il primo, fino a questo momento il più folto, è costituito da coloro che, fermi sulla piazza, osservano estasiati la grandiosa facciata barocca del palazzo dei principi di Brogli e, ingannati dalle maestose mura esterne, lo reputano un palazzo di solida, tradizionale costruzione. Altri turisti, invece, salgono fin sopra la terrazza del vicino palazzo Fatta e dalla terrazza hanno la possibilità di constatare a quale grado di rovina sia arrivato il palazzo dei principi, ormai prossimo a diventare un rudere. Tra questi ultimi turisti c’è stato, ad esempio, Aldo Busi il quale non si è lasciato ingannare dalle apparenze: "l’impianto del romanzo sembra classico nel senso retrivo" – scrive, e prosegue giustamente affermando che invece le cose stanno assai diversamente. Io credo che l’autrice abbia messo in atto una sua personale strategia della derisione, non so e non importa fino a che punto coscientemente, proprio nei riguardi del romanzo ottocentesco. Mi limiterò a segnalare almeno tre piste che portano in questa direzione. La meno evidente è la scrittura. Busi ha notato che l’uso sistematico del passato remoto sembrerebbe ricondurre a un narrare di stampo ottocentesco (vale a dire alla facciata del palazzo dei principi), ma cosa stanno a significare, all’interno di una scrittura che appare volersi muovere come il pacato e placato scorrere di un fiume, quei piccoli gorghi, quei mulinelli che frequentemente increspano la superficie dell’acqua? Mi riferisco all’intervento di costruzioni e parole dialettali che maliziosamente affiorano di tratto in tratto. Sono frasi e parole non messe lì come l’uva passa su un dolce, ma costituiscono parte integrante e insostituibile di una scrittura che trova la forza, la capacità di produrre anticorpi a se stessa.
Vale a dire, in metafora, che l’autrice invita il lettore a salire sulla terrazza di palazzo Fatta per osservare qual è la realtà del palazzo dei principi.
Un’altra pista, ma questa assai più vistosa, è l’intitolazione dei capitoli.
Il romanzo si divide, che più tradizionale di così non si può, in nove giornate tutte debitamente datate e precisamente il 23, 24, 25, 26, 27, 29, 30 settembre, 1 e 23 ottobre 1963. Ogni giornata è suddivisa in un certo numero assai variabile di capitoli o sottocapitoli, se volete: per esempio, la giornata del 23 ne ha nove, mentre la giornata del 29 ne ha appena uno.
Tutti questi capitoli sono tradizionalmente intitolati. Ora, a cosa serviva il titolo nei capitoli del romanzo ottocentesco? Serviva a sottolineare al lettore i punti nodali contenuti nel capitolo stesso. In altre parole, l’autore prendeva per mano il lettore e gli faceva da guida, obbligandolo, in un certo senso, a un preciso percorso di lettura. Se questo è vero, come è vero, allora che senso hanno titoli come questi: "La prova del vestito della nipotina della signora Fatta", oppure "Il presidente Fatta medita", oppure ancora: "Don Vincenzo Arena è scortese con la moglie"? Attenzione però, perché all’interno di questi capitoli tanto minimalisticamente connotati, accadono fatti rilevanti ai fini dello sviluppo del racconto. Allora? Non c’è una precisa volontà di derisione della forma narrativa ottocentesca? Ma il culmine vittorioso di questa sottile e beffarda stratregia, ed è la terza pista, l’autrice lo tocca nelle ultime pagine. Quando cioè l’ex mennulara, l’ex serva, l’ex amministratrice si scopre essere stata, per il dottor Palmeri, archeologo del museo regionale, addirittura un uomo, il signor La Mennulara. Il soprannome diventa a tutti gli effetti, cognome. E non solo: gli eredi di casa Alfallipe scoprono contestualmente che il signor La Mennulara è un esperto della ceramica attica della Magna Grecia. Ma lo sberleffo non termina qui. Alla Mennulara verrà infatti intitolata una manifestazione musicale di grande rilievo. Un’ulteriore, imprevedibile, trasformazione. E ci sono altre piste di questa strategia dell’irrisione, per esempio quelle nascoste nel capitolo intitolato "Epilogo", che è l’accenno a ciò che capitò qualche anno dopo. Cito il paragrafetto dedicato a Gianni Alfallipe.

Gianni visse una vita paga e serena con la moglie e il figlio Orazio, a Catania, e fece una discreta carriera universitaria. Non sospettò mai che Orazio non fosse figlio suo, ma di un carissimo amico di famiglia, collega della moglie. Palazzo Alfallipe è rimasto intatto, soltanto un poco più malandato. Gianni e la moglie ne occupano il piano nobile, quando vengono a Roccacolomba per le vacanze e per le manifestazioni musicali, invitando spesso qualche amico. Il piccolo Orazio fu concepito nello studio dell’avvocato Alfallipe, sul divano di fronte il camino.

Ora, considerato che Gianni è un personaggio marginale e che di sua moglie viene fatto solo qualche superficiale accenno, uno potrebbe domandarsi quale utilità abbia questo paragrafo con la rivelazione dell’adulterio e della nascita di un figlio adulterino. A prima vista, verrebbe da dire nessuna. Ma l’autrice, rivelando il luogo dell’adulterio, vale a dire lo studio di Orazio Alfallipe, misterioso spazio deputato di tutti gli eventi della casa, opera una vera e propria damnatio loci, o se volete, una sacrilega damnatio memoriae. E questa volta gioca a carte scoperte. Il mio vuole in sostanza essere un avvertimento ai lettori: prendete in mano questo libro con estrema cautela, non abbandonatevi fiduciosi al suo apparentemente tranquillo narrare. A leggere questo romanzo si prova un autentico godimento, esperienza certamente inconsueta con la nostra letteratura. Attenzione però, siate vigili, perché ci sono imprevedibili trabocchetti, sornioni depistaggi, improvvisi colpi di coda ai quali non si è preparati. In effetti, prima ancora d’essere un romanzo costruito con estrema abilità e compatta, matura sapienza, La Mennulara è un delizioso, raro esercizio del gusto e della intelligenza, un finissimo gioco a nascondere.
La Mennulara. Dal romanzo al teatro
Il Teatro Stabile di Catania ha inaugurato la stagione 2011-2012 con La Mennulara di Simonetta Agnello Hornby, adattato a quattro mani per la scena dall'autrice e da Gaetano Savatteri. Lo spettacolo è stato in programmazione dal 2 al 23 dicembre 2011.
Regia: Walter Pagliaro
Interpreti principali:
Guia Jelo: Mennù
Pippo Pattavina: Orazio Alfallipe
Qui di seguito alcune foto di scena.